Nella Parrocchia di Barano accolta una nuova famiglia siriana, durante la festa di S. Rocco la loro testimonianza

di Don Marco Trani

La Diocesi di Ischia vuole fare sempre più dell’accoglienza un suo compito. Tale sfida è iniziata il giugno dello scorso anno con l’accoglienza della prima famiglia siriana che è stata ospite fino a qualche mese fa in un appartamento della diocesi.

La diocesi si è messa a disposizione dei corridoi umanitari per poter permettere ai richiedenti asilo politico di poter giungere dalla Siria sulle nostre terre.

Questa operazione dei corridoi umanitari, allestita dalla Comunità S. Egidio e da altre associazioni cristiane, è nata nel 2014 e già ha permesso il transito – e quindi la salvezza da quella che è la tragedia del nostro secolo – di circa 850 nuclei familiari.

La nostra Chiesa di Ischia, dopo l’accoglienza della prima famiglia e di altri richiedenti asilo accolti attraverso la Prefettura, si è resa disponibile a dare il benvenuto ad un altro nucleo familiare di tre persone. È stata la Parrocchia di S. Sebastiano in Barano a mettere a disposizione un appartamento per continuare a dare una speranza a questa famiglia.

In occasione dei festeggiamenti di S. Rocco dei giorni scorsi la Parrocchia ha vissuto la serata del 16 agosto potendo accogliere la testimonianza di questa famiglia che ha preparato anche dei piatti tipici per alimentare il clima di festa e di scambio tra le diverse culture. Ad accompagnare questo dialogo ha preso parte anche un’associazione che collabora all’interno dei corridoi umanitari, la Comunità Papa Giovanni XXIII presente sulla nostra isola, a Panza.

Presentati dal parroco, don Pasquale Trani, Fallah e Wiham hanno raccontato la loro storia attraverso le voci di due ischitane. Visto l’intenso contenuto vi riportiamo integralmente le due testimonianze.

Fallah

«Mi chiamo Fallah, sono nato in Siria nel 1984, mia moglie è nata nel 1990 e nostro figlio Osama nel 2013. Quando è scoppiata la guerra, vivevo in un luogo chiamato Dara’, dove ho studiato informatica ed ero un ufficiale di alto grado nell’esercito. Mia moglie è nata a Mahawla, nei pressi di Damasco, e ha studiato per diventare maestra di scuole materne.

Di seguito vi parlerò della differenza di vita in Siria prima e dopo la guerra.

Prima che scoppiasse la guerra, la Siria era un paese, dove non avvenivano uccisioni, non c’erano criminali, né confusione e tutti gli abitanti possedevano una casa, un’auto. Quando ti spostavi, eri tranquillo e senza alcuna paura e l’economia del paese cresceva grazie alle sue risorse petrolifere. Io guadagnavo al mese (stipendio medio) 25000 lire siriane pari a euro 2.000 e con quello stipendio potevo mangiare, pagare le utenze, l’auto e in più potevo fare anche economia perché la vita non era cara.

Quando è scoppiata la guerra, la situazione è molto peggiorata, non c’era più libertà e il mio stipendio si era ridotto a euro 50 al mese, mentre i prodotti alimentari erano aumentati e la vita più cara. Intanto tutte le famiglie avevano perso in guerra un loro familiare.

Mia moglie Wiham ha perso il padre e due fratelli mentre sono superstiti sua madre che vive in Siria, un fratello che vive in Germania e un fratello che vive in Libano.

Io invece ho un fratello disperso di cui non si sanno notizie da 4 anni, mentre sono superstiti due sorelle, un fratello dottore che vive in Siria, e i miei genitori vivono in Canada. Prima della guerra vivevamo tutti in una casa ma in seguito ci siamo separati.

Io come vi dicevo ero ufficiale dell’esercito e lavoravo in amministrazione. Un giorno il mio superiore mi ordinò di andare in guerra, e visto che non volevo assolutamente uccidere, sono scappato in Libano, attraversando le montagne e pagando tangenti a chi mi aiutava nella fuga. In Libano sono vissuto un anno, in seguito mi sono ricongiunto con mia moglie Whiam e mio figlio Osama, e ho conosciuto le persone della comunità di Sant’Egidio che hanno condotto me, mia moglie e mio figlio a Barano d’Ischia.

In Siria nessuno pensava che potesse accadere quello che è avvenuto con la guerra. Le persone che hanno scatenato la guerra erano terroristi educati all’uccisione, e sono incoraggiati da tanti Paesi. La popolazione siriana è protetta dal Presidente che combatte i terroristi dell’Isis.

Ora sono a Barano d’Ischia da cinque mesi. Ho trovato persone che mi vogliono bene, che mi aiutano anche se desidero avere sempre più amici, più aiuto di altre persone specialmente nel trovare un lavoro anche perché mia moglie è in attesa di un bambino. Ringrazio la comunità di Sant’Egidio, il gruppo della Chiesa di Barano d’Ischia e Don Pasquale».

Wiham

«Mi chiamo Wiham, sono nata a Mahawla e sono la quinta dopo quattro fratelli, quindi la più piccola e unica donna. A casa mia la famiglia fu molto contenta quando dopo quattro maschi arrivò una donna.

Mio padre portava avanti la sua famiglia e aveva realizzato la nostra casa con le sue sole forze, senza l’aiuto di nessuno e io fin da piccola ero molto legata a mio padre. Aveva fatto tanti sacrifici per me e i miei fratelli per consentirci gli studi universitari perchè il suo sogno era quello di garantire un futuro sicuro ai suoi figli. Purtroppo è morto all’età di 52 anni sul lavoro e non ha potuto vederci tutti laureati. Appena ho saputo della sua morte, ho perso la ragione e per quattro mesi non sono più uscita da casa. Poi dopo un anno è morto mio fratello Wael di polmonite all’età di 30 anni. In casa ormai c’era solo una grande tristezza e tutto questo avveniva fino al 2009. Prima che avvenisse tutta questa tragedia io, volevo studiare per fare la professione di avvocato o di psicologa, come avevano fatto i miei fratelli, perché volevo essere come loro e volevo dimostrare che potevo assicurarmi un futuro studiando. Inoltre il mio sogno era di sposarmi, rendere felici i miei genitori e di ballare con il mio vestito bianco di sposa con i miei fratelli. Purtroppo per la mia famiglia non è andata così anche perché è scoppiata la guerra. Da quel momento ho incominciato a perdere la speranza. Iniziarono le manifestazioni, le uccisioni e in quel momento due miei fratelli che militavano nella polizia, soffrendo molto perché assistevano a tante uccisioni, essendo stati minacciati, sono scappati in Libano. Uno dei due è scappato in Turchia e da lì con un gommone è scappato in Grecia e poi è giunto in Germania dove ancora oggi vive. Durante tutto quel tempo non sono riuscita a chiamarlo mentre l’altro mio fratello è rimasto in Libano. Il quarto fratello, che viveva a Mahawla con la sua famiglia, mentre stava lavorando è stato colpito da una bomba ed è morto. In quel periodo io e Fallah già stavamo insieme da quattro anni e quando è scappato in Libano, io e nostro figlio Osama andavamo a trovarlo. Lì abbiamo conosciuto la comunità di Sant’Egidio che vorrei ringraziare perché ci ha dato la possibilità di venire in Italia. Certamente ho il cuore lacerato perché sono stata costretta a lasciare mia madre da sola, ma la priorità era il bene di Osama. Dopo tanto dolore provato a soli 27 anni finalmente oggi sono serena perché siamo in attesa di un bimbo con la speranza che mia mamma possa essermi accanto al momento del parto. Il desiderio più grande resta sempre quello di continuare la nostra vita sotto il cielo libero della Siria».

La serata è proseguita con un momento conviviale con giochi e canti a cui hanno partecipato piccoli e grandi! L’esperienza vissuta dalla Parrocchia di Barano ci è da esempio per ogni nostra comunità che voglia essere veramente accogliente e vicina ad ogni prossimo.