LA MISERICORDIA E LA CURA

Giuseppe Galano per Kaire

Qual è il motivo per cui oggi, a dispetto di una scienza medica potentissima e di una tecnologia all’avanguardia i malati non si sentono curati e i medici non si sentono realizzati? Perché oggi sempre più spesso si parla di Eutanasia? Cosa sta accadendo in questo periodo? La risposa a tali quesiti è alquanto complessa. L’uomo, l’unica creatura che sa di dover morire, afferma un desiderio di felicità e compimento, che nella condizione della malattia si rende più evidente che mai. Nessun gesto di cura che non tenga conto di questa differenza umana potrà mai dirsi tale. Per prendersi realmente cura dell’ammalato occorre in primis l’amore al destino dell’altro. Proprio a partire da questo, martedì 27 giugno alle ore 20.30 presso il Centro Papa Francesco ad Ischia si è svolto un importante convegno organizzato dall’Ufficio Pastorale della Salute diretto da padre Nunzio Ammirati. Ospite dell’evento la dott.ssa Paola Marenco, medico di fama internazionale, esperta nei settori dell’Ematologia e dell’Immunologia Clinica e vice presidente dell’Associazione Medicina e Persona. Il convegno è nato dal desiderio di capire cosa chieda realmente la mano tesa de “La malade” di Roger de La Fresnay e quale sia la vera risposa a quella domanda. La relatrice con straordinaria abilità ha catturato l’attenzione dei tantissimi presenti introducendo ad un percorso sulla cura, in particolare sulle cure palliative e la storia della loro fondatrice, Cicely Saunders (1918-2005).

Che cosa è la cura? Ed al tempo stesso cosa significa innovazione alla luce della tradizione? La dott.ssa Marenco ha mostrato una serie di immagini realizzate in occasione del Giubileo della Misericordia per comprendere cosa avesse da offrire di positivo la sua esperienza da medico rispetto alla misericordia e alla cura, in particolare in questo momento in cui in Italia si parla sempre più spesso di fine vita. La relatrice ha ripercorso le opere e le virtù di Cicely Saunders, una donna britannica prima infermiera, poi assistente sociale poi medico, fondatrice degli Hospice, oggi presenti in tutto il mondo. L’idea che ha animato l’incontro è stata quella di capire e riflettere al meglio su cosa occorra per prendersi veramente cura di una persona, familiari e medici compresi. La dott.ssa Marenco nel corso della sua brillante carriera ha eseguito oltre 1.500 trapianti di midollo, ha seguito tanti pazienti leucemici quindi sa bene cosa voglia dire affrontare i drammi che scelte e decisioni in questo ambito comportano. Il suo intervento è stata occasione propizia per soffermarsi sul senso della cura ed in particolar modo sulle cure palliative. Oggi parlare di cure palliative è qualcosa di molto complicato. Infatti vi è tendenza a voler separare la dimensione delle cure fisiche e psichiche  dalle domande di natura esistenziale, mentre se realmente si vuole rispondere alla mano tesa dell’ammalato occorre tener conto che è tutto l’uomo che soffre; la sofferenza è fisica, psichica, sociale ma anche esistenziale. Quando vi è relazione tra chi cura e chi è ammalato, anche durante situazioni di stress lavorativo l’ammalato si sente amato. La medicina è molto evoluta, la vita media si è decisamente allungata. Non bisogna avere paura delle nuove sfide, a patto di saperle guardare caso per caso ed all’interno del rapporto medico paziente. La relazione di cura deve necessariamente coinvolgere il medico, la famiglia, il paziente con i suoi desideri e ciò a cui tiene. I medici ogni giorno sono chiamati ad operare scelte anche davanti alla fine della vita. La decisione ad esempio di proporre ad un leucemico che ha speranze di vita ridotte al lumicino una terza linea di cure va valutata guardando sempre il più possibile al bene della persona. Possiamo concludere che quella mano tesa del dipinto rivolta verso lo spettatore ci fa intuire come il significato del quadro cambia completamente in base alla risposta che da chi guarda quella mano. Il contesto in cui viviamo oggi facilmente ci chiede di dare risposte tecniche, magari guardando più il computer che il malato negli occhi. Questo modo di fare lascia grande insoddisfazione sia in chi cura che in chi è curato.

Foto di Fiorella Iervolino

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