IL POLITTICO D’AVALOS

Lettura di un’opera

Gina Menegazzi
Quanti tesori sconosciuti abbiamo a Ischia, e quanto poco sappiamo valorizzarli e sfruttarli per allargare quell’offerta turistica che vogliamo presentare ai nostri ospiti! Una scoperta in questo senso ci è stata offerta dalla storica dell’arte Serenaorsola Pilato che unisce a un’ottima preparazione e a una grande cultura artistica un linguaggio chiaro e pulito, con cui illustra gioielli grandi e piccoli della nostra isola. Presso la sagrestia del convento dei Frati Minori a Ischia, annessa alla chiesa di S. Antonio, è conservato, anche se suddiviso sulle quattro pareti, il Polittico D’Avalos e la ricercatrice ci ha condotto alla sua scoperta.
“Il polittico – spiega la Pilato -, smembrato in più parti e certamente mancante di alcuni elementi, è costituito da sette tavole. Lo sportello centrale è articolato su due livelli: nella parte superiore la Madonna delle Grazie, circondata da una schiera di puttini, in quella inferiore le due committenti. A questo sportello centrale andavano affiancati i due laterali, uno per parte: a sinistra S. Francesco e S. Ludovico di Tolosa; a destra S. Giovanni Battista e S. Tommaso d’Aquino. Che fossero affiancati risulta evidente dal piano pavimentale, che è lo stesso nelle tre tavole, e dalla continuità nel paesaggio. Le tavole più piccole raffigurano invece quattro sante: S. Lucia, identificabile dagli occhi che regge sul piattino; S. Caterina d’Alessandria, con la ruota del martirio; S. Chiara, con il saio francescano e il giglio bianco, e S. Maria Maddalena, riconoscibile dai lunghi capelli e dal vasetto che regge in mano”.
Partendo dal lavoro di altri studiosi, la storica dell’arte ha fornito una lettura affascinante dell’opera, rivelando gli elementi che la configurano come ex voto offerto dalle due donne: Costanza d’Avalos, rappresentata con gli abiti vedovili e in età avanzata, e una giovane Vittoria Colonna, raffigurata come una principessa, con una retina d’oro nei capelli, come è descritta nelle cronache dell’epoca. “Quest’opera di un’importanza straordinaria, un vero capolavoro del Rinascimento, faceva parte dei beni delle Clarisse che abitavano sul Castello, nel convento fondato da Beatrice Quadra, ed era probabilmente arrivata loro per via ereditaria, forse proprio attraverso la stessa fondatrice. Le Clarisse dovevano essere particolarmente legate all’opera perché, quando furono costrette ad abbandonare il convento, scelsero di portarla con loro”. Sono state le stesse Clarisse a deciderne lo smembramento e l’infelice disposizione all’interno dell’ambiente in cui ora si trova.
Se precisi elementi stilistici e l’età delle due donne rappresentate consentono di fissare la data non oltre il secondo decennio del 1500, un elemento, in particolare, conferma che si tratta di un ex voto, legato alla sconfitta a Ravenna di Ferrante d’Avalos – nipote di Costanza e marito di Vittoria Colonna – e alla sua prigionia a Milano presso la rocca di Porta Giovia, l’attuale Castello Sforzesco. “Sappiamo che la sua fu una prigionia dorata, perché a Milano era custodito dallo zio Giangiacomo Trivulzio, marito di Eleonora d’Avalos, sorella di Costanza”. L’elemento da osservare è l’edificio che compare al centro del dipinto: “l’autore conosce perfettamente la tecnica prospettica e dispone l’asse centrale del pavimento in corrispondenza di questo elemento architettonico che si trova al di sotto della Madonna delle Grazie; inoltre, in un paesaggio piuttosto generico, realizza questo edificio con dovizia di particolari, che richiamano decisamente alcuni elementi di quello che doveva essere il palazzo sforzesco di Milano nel 1510-12, quando Ferrante vi era prigioniero, per esempio la sporgenza dell’architettura chiaramente gotica, e l’arco a tutto sesto. La rocca milanese era originariamente in serizzo bianco, una pietra locale ancora evidente nel basamento della stessa, e in pietra bianca, chiara, è raffigurata la torre nel dipinto, e si contrappone alla torre cilindrica scura. Questa somiglianza architettonica è talmente forte da non poter essere semplicemente un caso: la struttura architettonica occupa un posto così centrale perche il dipinto è una richiesta di grazia per Ferrante custodito all’interno della prigione. Questo ex voto ha inoltre complessi significati religiosi e spirituali: la corte d’Avalos è non soltanto la corte più importante nell’Italia meridionale, ma una delle più importanti d’Italia, e ha esigenze umanistiche e letterarie complesse; l’autore che lavora per una committenza del genere deve essere in grado di trasformare in immagine gli articolati significati politici, spirituali, religiosi che un committente del genere richiede.
Una tale opera lascia inoltre trasparire la spiritualità di chi l’ha commissionata e, analizzando i santi raffigurati, permette di affermare che la committente sia stata proprio Vittoria Colonna. La scelta dei santi non è casuale: Maria Maddalena e Caterina d’Alessandria hanno un ruolo sostanziale nella spiritualità della Colonna; è certamente vero che tale spiritualità si manifesta in maniera totale dopo la morte del marito nel 1525, ma è anche vero che le sue origini dovevano essere precedenti: in una lettera inviata a Costanza Piccolomini, la Colonna parla del ruolo fondamentale di Maria Maddalena, considerata come la vita attiva per aver tanto amato, e di Caterina d’Alessandria, l’aspetto contemplativo, perché ha dedicato tutta la sua vita a Cristo.
Nella tavola di sinistra, poi, vediamo S. Francesco, il mendicante, il poverello per eccellenza, raffigurato in maniere convenzionale con le cinque stimmate a vista, compresa quella del costato, santo che la dice lunga sull’orientamento spirituale e pauperistico di chi ha commissionato l’opera. Lo stesso vale per S. Ludovico, ricollegabile alla Colonna per due diversi motivi: non soltanto perché è un santo legato alla stessa ideologia pauperistica – ha accettato d’indossare la mitra e il mantello vescovile soltanto sull’abito francescano, come è evidenziato nel dipinto -, ma è un santo che ha subito prigionia: una prigionia dorata, sette anni presso Alfonso III d’Aragona, ma pur sempre prigionia, che richiama quella di Ferrante. Quindi, non solo questo dipinto è un ex voto connesso in maniera fortissima a Vittoria, ma è anche una testimonianza, in una data alta – diciamo tra il 1512 e il 1520 – di quello che è già l’orientamento spirituale di questa donna”.
Serena Pilato ha poi collegato i santi raffigurati all’interno del polittico a quelli presenti nella cripta del Castello Aragonese. “In quel luogo elitario, di culto privato, cui potevano accedere solo le famiglie nobili che vi avevano le cappelle, le sante più celebrate sono S. Caterina d’Alessandria e S. Maddalena, rappresentate più volte, per esempio nella cappella Bulgaro, dove sono accostate: S. Caterina, identificabile dalla corona e che regge la veste facendo nodo, riferimento alla sua verginità, e S. Maddalena, bionda – i capelli si vedono sotto il velo – e con il calice. O ancora, nella cappella della Maddalena, di fronte all’entrata, la santa in stucco forte e, accanto, le storie della sua vita; o, nella prima cappella a destra entrando, S. Caterina, con la corona, la palma e il libro, e il Battista, nell’angolo. La cappella Cossa poi ha storie di S. Caterina d’Alessandria, e la cappella Calosirto S. Caterina d’Alessandria e Maria Maddalena. Vittoria Colonna ha trascorso un lungo periodo sul Castello Aragonese, l’amato-odiato scoglio, come lei stessa lo definisce nelle rime, e certamente avrà avuto modo di meditare sui propri orientamenti spirituali all’interno della cripta dove sono raffigurate proprio la Maddalena e Caterina d’Alessandria; mi sembra quasi scontato quindi il rapporto fortissimo tra la cripta del Castello e le figure nel polittico.
Vale infine la pena di osservare i meravigliosi dettagli dell’opera: Vittoria Colonna con il libro e i particolari della veste, o il piviale di S. Ludovico, con figure perfettamente costruite all’interno di architetture realizzate con tecnica prospettica. L’utilizzo dei colori ci dice anche altro: il manto nero di Costanza, o il manto cangiante e bellissimo del Battista, o ancora la veste verde di S. Ludovico, non possono essere compresi senza la pittura veneta del ‘500 a cui va ricondotto anche il paesaggio, così attento e minuzioso. Particolari come il sole dipinto in maniera così dettagliata in S. Tommaso d’Aquino, o, alla cintura del Battista, l’arbusto le cui foglioline poggiano in maniera così perfetta sul bastone, non si possono capire senza i fiamminghi, senza l’influenza che Dürer ha avuto sulla pittura veneta. Non siamo in grado di stabilire chi sia l’autore del dipinto, ma certamente possiamo inserirlo in quello che viene chiamato il filone romano-veneto”.
Trascinati dalle parole di Serena Pilato, ci nasce il desiderio di far conoscere il capolavoro custodito in questa piccola sagrestia, che ancora una volta si connette al Castello Aragonese, a conferma che questo non era una piccola corte di provincia, ma il centro dell’Italia meridionale.

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