L’esperienza di Francesca, missionaria per un mese in Madagascar

Francesca Mattera – È cominciato tutto un anno fa. Il mio parroco don Carlo Busiello portò noi giovani della parrocchia di S. Giorgio Martire (Testaccio) alla Veglia Missionaria Diocesana a Fiaiano, e lì conobbi Alex Zappalà, responsabile e segretario nazionale di Missio Giovani. Alex mi colpì subito, e la sua testimonianza fece nascere e crescere sempre più in me il desiderio di fare un’esperienza come la sua.

Ne parlai con don Carlo, che subito si attivò per rendere possibile questo mio desiderio: compilammo la mia domanda d’iscrizione e aspettammo a lungo, finché un giorno mi arrivò la risposta: sarei andata in Africa!!

Andai al CUM di Verona per un incontro di preparazione e formazione, e lì incontrai Alex e quelli che sarebbero diventati i miei compagni d’avventura. Eravamo tutti molto emozionati e ci univa il desiderio di renderci disponibili per aiutare coloro che si trovano in difficoltà. Ma quando chiedemmo ad Alex cosa avremmo fatto una volta arrivati nel Continente Nero, lui ci spiazzò e ci lasciò completamente senza fiato quando ci disse: “voi non andate a fare, voi andrete ad ESSERE, ad INCONTRARE, e non a fare!”. In quel momento non capii a fondo le sue parole, potei comprenderlo solo una volta a destinazione.

Il Signore da quel momento mi ha spianato tutte le strade; tante erano le paure, tanti gli impedimenti, lunga la preparazione, ma alla fine di luglio io ero in Africa.

Ad accogliermi ho trovato una realtà completamente diversa dalla nostra: paesaggi sconfinati, le case erano piccole capanne in legno o paglia, non c’era acqua corrente, né corrente elettrica, le strade in terreno battuto. Se mangi lo fai con le mani, ma poi devi asciugarle addosso; se cammini lo fai scalzo, anche per strada; se sudi non importa, non puoi fare la doccia; se sei un bambino giochi con ruote e sacchi; se sei un adulto sei fortunato perché sei sopravvissuto alle malattie e alla fame. Gesti che per noi sono scontati, lì non lo sono affatto. Ma non è stato questo che mi ha colpito più di tutto. Più di ogni cosa mi ha colpito il sorriso dei bambini. Sporchi, puzzolenti, senza vestiti alla moda, senza giocattoli costosi, senza scarpe ai piedi e senza un taglio di capelli all’ultimo grido, alcuni senza la mamma. Eppure sorridevano, e sorridevano come non ho mai visto fare ad un occidentale, che pure possiede tutto quello che a questi piccoli manca, ma vuole sempre di più. Questi piccoli ci rincorrevano, cantavano, e condividevano con noi i loro giocattoli, sorridendo.

Un giorno decidemmo di accompagnare, per aiutarli, dei bambini di 6-7 anni che dovevano trasportare dei sacchi di riso da un villaggio ad un altro. Ci incamminammo, zaino sulle spalle, sacco di riso e scarpe in mano, scalzi, per un sentiero che per metà era coperto di fango e melma. I bambini andavano spediti, ma si giravano indietro e ci aspettavano quando la distanza tra noi era troppa. Camminare nel fango non era facile per noi, c’era continuamente qualcosa contro cui urtavamo o che ci si conficcava nella pelle. I bambini notarono questa nostra difficoltà e tornarono indietro, prendendosi il nostro sacco di riso. Ma noi arrancavamo ancora, così gli stessi bambini si avvicinarono e presero i nostri zaini e le nostre scarpe. Infine, quando fu chiaro che avremmo continuato a perdere l’equilibrio, e a zoppicare incerti e cadere, per tutto il resto del tragitto, ci si avvicinarono e la bambina che già aveva preso il mio zaino, le mie scarpe, e il mio sacco di riso, mi porse la sua mano. E camminammo così, mano nella mano, nero e bianco, per tutto il resto del percorso. Dovevamo essere noi ad aiutare loro, ma furono loro ad aiutare noi.

Nei giorni a seguire abbiamo visitato un orfanotrofio, e poi un ospedale psichiatrico. Nessun medico, nessun infermiere, tutti abbandonati a se stessi. Ma anche in queste realtà c’era chi ci sorrideva.

In generale, però, non tutti i neri si fidano degli occidentali, i bianchi sono i “vasà”, gli invasori e, infatti, don Giovanni, un sacerdote-missionario che ho conosciuto lì in Madagascar, e che si rende disponibile per oltre 100 comunità (altro che le 25 comunità della nostra Diocesi), ci ha raccontato “quanto sia difficile che un bianco conquisti la piena fiducia dei neri. I missionari ce la mettono tutta, ma i preti sono pochissimi. Le offerte arrivano a loro, ed essi fanno del loro meglio per aiutare, curare, costruire. Ma senza dubbio c’è bisogno di ancora tanto aiuto e delle vostre preghiere”.

Invito tutti i giovani che hanno nel cuore il desiderio di missione di assecondarlo: non abbiate paura, timore, perché Gesù dice “voi farete cose più grandi di me”, e siate pur certi che tutto quello che si fa per il Signore non sarà perduto, perché Egli vi restituirà il centuplo, e poi “c’è più gioia nel dare che nel ricevere”.

Buona missione a tutti!

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