Carissimi fratelli e sorelle, siamo riuniti questa sera per celebrare, in questa nostra Chiesa, ed in comunione con tutte le Chiese, la chiusura dell’anno giubilare.

Alcuni aspetti della Parola di Dio che abbiamo ascoltato ed accolto accompagnano la celebrazione di questa sera: i Magi, che il Vangelo di questa sera ci racconta come ‘appena partiti’, vengono da lontano; essi sono tra i primi nel Vangelo di Matteo a venire a Betlemme per adorare il bambino.

Questo inizio del Vangelo di Matteo sembra idealmente collegato alle ultime parole di Gesù nello stesso vangelo quando, rivolto ai suoi discepoli, li esorta con queste parole: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Già nella nascita di Gesù c’è questo anelito ad una salvezza offerta ad ogni uomo, ad ogni donna di buona volontà; una promessa di salvezza, dunque, offerta a tutti.

In questa pagina di Matteo non c’è soltanto la dimensione della identità di Cristo: c’è l’invito ad essere una Chiesa che possa essere sempre più missionaria. Il volto della Chiesa che emerge dalla Parola rivolta a noi questa sera è quello di una Chiesa missionaria: la Chiesa o è, per sua natura, missionaria, oppure viene meno alla sua identità, viene meno al mandato consegnatole da Cristo e di cui vogliamo esserne attenti testimoni.

Il Giubileo ci ha messo, ci mette di fronte alla responsabilità di chi accoglie la Parola: l’episodio dei magi, possiamo riconoscerlo se usciamo da una certa raffigurazione fiabesca, lascia sempre un certo sconcerto perché ci domandiamo come mai la nascita del Signore non viene riconosciuta proprio a Gerusalemme, lì dove c’era il Tempio, i dottori della legge, i sacerdoti; tutti coloro, insomma, che avevano a che fare con il culto del tempio e si presupponeva avessero una certa conoscenza e familiarità con la Scrittura. Credo che questa esperienza dei Magi sia un invito ad entrare sempre più in profondità nella conoscenza e nella comprensione della Parola nella tradizione della Chiesa, perché, come già ci ricordava Origene nel terzo secolo, conoscere la Scrittura significa conoscere Cristo e la Sua volontà.

Matteo, in questi primi versi del suo vangelo, ci sta già descrivendo il volto di Cristo, ci sta rivelando la sua identità che parla a noi, alla nostra esistenza di figli di Dio: come non vedere in queste vicende umane di Gesù il volto di una umanità nascosta, sola, che deve rifugiarsi in paesi lontani per poter sfuggire ai mali della storia, agli orrori delle persecuzioni, delle violenze, delle guerre, per poter abitare una terra ed un futuro che siano rispettosi di ogni vita umana. In questa fuga per sfuggire ad Erode c’è il volto di ogni perseguitato di questa terra, ci sono i poveri, gli immigrati, tutti coloro che, per mera bramosia di potere di altri, sono costretti a fuggire dalle loro Terre, a lasciare le loro case, le loro famiglie e i loro affetti più cari. Per andare poi dove? In Paesi che forse non vedranno mai perché vittime di altre bramosie e di altri poteri che negano la vita. Anche qui, credo, che occorre chiedere perdono a Dio e agli uomini perché troppo spesso ci abituiamo alla indifferenza e a tutto ciò che ha il sapore amaro dell’ingiustizia.

Nella festa della S. Famiglia penso alle tante famiglie dei nostri territori di Pozzuoli e Ischia alla ricerca di una casa, di un luogo sicuro dove abitare: i recenti eventi geologici e gli abbattimenti disposti dall’autorità giudiziaria hanno generato una vera e propria crisi abitativa e di lavoro; anche le giovani coppie che alimentano il sogno del matrimonio si interrogano sulla difficoltà di trovare una casa per la loro nuova famiglia.

In questa pagina di vangelo, ancora una volta, il sogno diventa luogo in cui si intreccia un dialogo profondo tra Dio e l’uomo, il luogo dove chi sogna fa esperienza della volontà di Dio a cui sente di aderire, in piena libertà.

Saper abitare il sogno di Dio: era questo il desiderio di Papa Francesco quando ha proposto il cammino sinodale a tutta la Chiesa, un cammino che ha accompagnato fino al giorno della sua morte consegnandolo poi nelle mani di Papa Leone. A Papa Francesco va il nostro grazie per aver guidato ed accompagnato il cammino della Chiesa in questi anni, sino allo stremo delle sue forze; la nostra preghiera ora si innalza al Signore per papa Leone perché possa condurre questa Chiesa con animo sapiente ed intelligente.

“Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”. Questa citazione del profeta Osea ci rivela il volto di Dio, quel volto che ci è rivelato da Gesù fin dalla sua nascita a Betlemme di Giudea. Gesù, il Figlio, viene per svelarci il volto di Dio, che è Padre. È Gesù che comunica a noi, con la sua Parola, con la sua vita, con i suoi sentimenti, il volto di un Dio che è Padre, di Gesù e nostro. Nella sollecitudine di Giuseppe verso il Bambino troviamo la stessa sollecitudine di Dio Padre: sembra esserci quasi una identità, una stessa sollecitudine e amore tra Giuseppe e Dio nei confronti del bambino Gesù.

Carissimi fratelli e sorelle, noi qui, questa sera celebriamo la conclusione del Giubileo della Speranza che papa Leone concluderà per tutta la Chiesa il prossimo 6 gennaio. Vorrei sottolineare con voi soltanto alcuni eventi particolarmente significativi che hanno caratterizzato questo anno giubilare. Il primo è la ricorrenza del Concilio celebrato a Nicea, nell’odierna Turchia, 1700 anni fa. Papa Francesco, nella Bolla di indizione del Giubileo ha sottolineato l’importanza dei Sinodi nella Chiesa antica, in quanto miravano a “custodire l’unità del Popolo di Dio e l’annuncio fedele del Vangelo”; quella forma sinodale di Chiesa che possa rendere tutti corresponsabili affinché molteplici segni di speranza testimonino la presenza di Dio nel mondo. Lo stesso Papa Leone, nel suo intervento a Nicea ha sottolineato la responsabilità, per il mistero della incarnazione e di questa unione tra l’umano ed il divino in Cristo, di “chiederci chi è Gesù Cristo nella vita delle donne e degli uomini di oggi, chi è per ciascuno di noi”.

Altro momento di particolare significato per le nostre Chiese “unite in persona episcopi” è stato il pellegrinaggio giubilare che abbiamo vissuto a Roma durante lo scorso mese di ottobre. A Roma ci siamo posti in ascolto della Parola del Santo Padre Leone che ci ha invitati, come pellegrini di speranza, ad essere tessitori di dialogo e di comunione; nel celebrare l’eucarestia in piazza san Pietro abbiamo per davvero sperimentato l’universalità della Chiesa, di una Chiesa che sappia portare l’annuncio del vangelo in ogni angolo di questo nostro mondo. Ulteriori momenti di grazia sono stati i Giubilei che i nostri Adolescenti e Giovani delle nostre diocesi di Pozzuoli e di Ischia hanno vissuto insieme con spirito profetico verso una Chiesa unita e sempre in uscita verso il prossimo.

“Dobbiamo imparare ad abitare un mondo nuovo”: con queste parole ci ha accolti Papa Leone. E credo che questa capacità di abitare un mondo nuovo sia lo stesso invito che ci viene da san Paolo nella sua lettera ai Colossesi; il suo, quello di Paolo, è un invito alla comprensione e alla carità, quella carità che viene definita “vincolo di perfezione”. È dalla carità, carissimi fratelli e sorelle, che deriva il nostro saperci accogliere, sostenerci e comprenderci. È questa capacità di vivere la dimensione della carità che ci conduce sulla strada delle beatitudini evangeliche.

Giovanni Crisostomo scriveva: “La nostra vera disgrazia non è tanto il peccato quanto la disperazione”.

Siamo nella domenica della Santa Famiglia, siamo nel tempo del Natale, nel tempo in cui abbiamo celebrato la nascita ‘di un bimbo avvolto in fasce’ e deposto nella mangiatoia di Betlemme. Con la nascita di Gesù entra nel mondo il compimento delle promesse di Dio, entra in questo nostro mondo un mondo nuovo “e se finalmente Dio ‘abita’ tra gli uomini e gli uomini sono diventati ormai suoi familiari, vuol dire che si è arrivati in quella patria dove nessuno aveva mai messo piede, ma che a tutti balenava già nell’infanzia” (J. Moltmann); è quella patria-speranza in cui tutti sapremo riconoscerci come fratelli, quella speranza in cui tutti ci sentiamo famiglia, famiglia dei figli di Dio in Cristo.

Siamo noi questo sogno di Dio, il sogno di una umanità ed una Chiesa rinnovata. “Dio nella creatura umana ha riposto la sua speranza”; e allora, se Dio ha posto in noi la sua speranza abbiamo la responsabilità di non deludere questa speranza di Dio. Pellegrini di speranza, speranza di Dio.

Carissimi fratelli e sorelle, siamo chiamati a volgere il nostro sguardo a Maria, donna della speranza. La speranza di Maria è la speranza di una Madre per il Figlio: lo sguardo materno di Maria è lo sguardo della Madre che ci invita a contemplare l’incarnazione del Verbo, lì dove il divino si incontra con l’umano. Portiamo con noi i segni della presenza di Cristo; ogni nostra azione sia segno di questa incarnazione. Come Maria, con Maria, anche noi siamo chiamati a dire il nostro ‘eccomi’, il nostro Si all’incarnazione del Figlio di Dio.

Maria, Madre della speranza, prega per noi.